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Carlo S.
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il Gio 12 Lug 2012 - 16:51



Qualche informazione in più sul Cosmic, http://www.storiadellamusica.it/articoli/cosmic_sound_trent_anni_di_visioni.html

Cosmic sound, trent'anni di visioni

di Christian Besemer

Esta­te 1979 - esta­te 2009. Tren­t’an­ni e sem­bra ieri. Co­smic. Una delle di­sco­te­che più im­por­tan­ti del pa­no­ra­ma ita­lia­no a ca­val­lo tra Set­tan­ta e Ot­tan­ta. Più di una sem­pli­ce di­sco­te­ca in real­tà, se an­co­ra oggi si parla di “Co­smic sound” per de­scri­ve­re il suono che si re­spi­ra­va lì den­tro. Lo stes­so di­ca­si per quel ge­ne­re de­fi­ni­to (si­cu­ra­men­te in modo quan­to­me­no im­pro­prio) come “Afro”. Ma l’im­por­tan­za di quel lo­ca­le non si può li­mi­ta­re alla mu­si­ca, ne tra­va­li­ca lar­ga­men­te i con­fi­ni. Per­ché il Co­smic di­ven­ne un sim­bo­lo.
Al­me­no in quel­la re­gio­ne in­de­fi­ni­ta che sta tra Ve­ne­to, Lom­bar­dia ed Emi­lia.

Una co­me­ta in­fuo­ca­ta sul Garda – il lo­ca­le si tro­va­va a La­zi­se, Ve­ro­na – che forse oggi ai più non dice nien­te, ma che per molti ri­ma­ne ri­cor­do in­de­le­bi­le. Il 1978 del ra­pi­men­to Moro, dei tre papi, dei più di due­mi­la at­ten­ta­ti era ap­pe­na pas­sa­to, ma i gio­va­ni vo­le­va­no an­co­ra di­ver­tir­si. A suon di mu­si­ca. Come al di là del­l’o­cea­no e anche me­glio. Basti pen­sa­re che al­cu­ni di quei “metti di­schi” oggi ven­go­no osan­na­ti al­l’e­ste­ro – dal­l’In­ghil­ter­ra al Giap­po­ne, in Ame­ri­ca – come veri e pro­pri pio­nie­ri di un suono e di un modo di fare mu­si­ca av­ve­ni­ri­sti­co, vi­sio­na­rio, che ha in­fluen­za­to tutto quel­lo che è ar­ri­va­to dopo, dalla House alla New Wave, alla Afro. Pura ar­cheo­lo­gia dance. Un nuovo sound, un nuovo modo di in­ten­de­re i lo­ca­li, non più ba­le­re, ma disco. Il Co­smic ci mise poco tempo a di­ven­ta­re sim­bo­lo.

Un po’ come la Baia degli An­ge­li a Ga­bi­ce, ma in modo di­ver­so. L’i­nau­gu­ra­zio­ne nella pri­ma­ve­ra del ’79 fu un suc­ces­so ina­spet­ta­to. La disco fu presa let­te­ral­men­te d’as­sal­to. La se­ra­ta d’i­nau­gu­ra­zio­ne venne ri­pe­tu­ta quat­tro volte per far en­tra­re tutti i tre­mi­la ra­gaz­zi che si erano pre­sen­ta­ti ai can­cel­li il primo gior­no (il lo­ca­le in­ve­ce po­te­va ospi­tar­ne al mas­si­mo set­te­cen­to, ot­to­cen­to). Ve­ro­ne­si, man­to­va­ni, bre­scia­ni, ma nel par­cheg­gio si po­te­va­no no­ta­re anche mac­chi­ne tar­ga­te Fi­ren­ze, Mi­la­no, Au­stria e Ger­ma­nia. Un punto di ri­fe­ri­men­to per un’in­te­ra ge­ne­ra­zio­ne. Un lo­ca­le dove ve­ni­va pro­po­sta una mu­si­ca e so­prat­tut­to un modo di far mu­si­ca as­so­lu­ta­men­te nuovo e ori­gi­na­le. Un suono crea­to da Da­nie­le Bal­del­li, che dalla sua con­sol­le a forma di casco po­te­va pas­sa­re da un pezzo spe­ri­men­ta­le di Klaus Schul­ze, ai ritmi afri­ca­ni di Fela Kuti, per ar­ri­va­re alle mo­ven­ze ro­bo­ti­che di I Zim­bra dei Tal­king Heads, che si tra­sfor­ma­va­no in un fun­ket­to­ne. Un mix di puro istin­to e di vo­glia di co­no­sce­re. Pas­sio­ne. Ab­bia­mo cer­ca­to Bal­del­li per far­gli ri­cor­da­re quei tempi. Lon­ta­ni solo se ci si mette a con­ta­re gli anni, per­ché per la me­mo­ria è come se tutto que­sto fosse suc­ces­so ieri.

Vi sta­va­te ren­den­do conto che quel lo­ca­le sa­reb­be di­ven­ta­to un sim­bo­lo? Che il suono che pro­po­ne­vi sa­reb­be poi di­ven­ta­to un vero mar­chio di fab­bri­ca?
A dir la ve­ri­tà io non mi stavo ren­den­do conto di nulla. Fa­ce­vo solo quel­lo che mi pia­ce­va. Al­l’i­ni­zio quan­do ini­ziai a fare il disc joc­key nel 1969 (a quei tempi non si chia­ma­va­no an­co­ra dj ndr) non pen­sa­vo nean­che che que­sto sa­reb­be po­tu­to di­ven­ta­re il mio la­vo­ro. In­ve­ce con il 2009 in­sie­me al tren­ten­na­le del Co­smic fe­steg­gio anche i 40 anni dal­l’i­ni­zio della mia car­rie­ra e vengo chia­ma­to per fare se­ra­te in giro per l’Eu­ro­pa e per il mondo.
E le altre per­so­ne, lo staff, il pro­prie­ta­rio, loro cosa pen­sa­va­no? Penso che lo stes­so ri­guar­das­se anche tutti gli altri. Fa­ce­va­mo quel­lo che ci pia­ce­va senza par­ti­co­la­ri aspet­ta­ti­ve di di­ven­ta­re per forza
un punto di ri­fe­ri­men­to. Noi lo fa­ce­va­mo per pas­sio­ne, come pos­so­no farlo degli amici che hanno degli in­te­res­si in co­mu­ne. Si era for­ma­to un grup­po il cui le­gan­te prin­ci­pa­le era l’a­mo­re per la mu­si­ca e per quel­lo che sta­va­mo fa­cen­do. Prima di tutto ci di­ver­ti­va­mo.

Quan­do ar­ri­va­sti nel Ve­ro­ne­se eri già un nome co­no­sciu­to nel­l’am­bien­te delle di­sco­te­che.
Si, avevo ini­zia­to al Tabù di Cat­to­li­ca, paese dove sono cre­sciu­to e dove abito an­co­ra ora. Poi nel­l’ot­to­bre del 1977 ini­ziai a suo­na­re alla Baia degli An­ge­li a Ga­bi­ce, dove il mio con­trat­to
sa­reb­be sca­du­to alla fine di ago­sto de­l’78. I pro­prie­ta­ri del Co­smic ave­va­no gi­ra­to un po’ sia in Ita­lia che al­l’e­ste­ro per tro­va­re qual­co­sa di nuovo dal punto di vista mu­si­ca­le e sen­ti­ro­no par­la­re bene di me. L’e­sta­te suc­ces­si­va mi tra­sfe­rì sul Garda per suo­na­re al Co­smic.
Abi­ta­vi sul Garda quin­di? Si mi ero preso una casa a Torri del Be­na­co, dove sono an­da­to a stare con la mia ra­gaz­za che ora è di­ven­ta­ta mia mo­glie. Una delle cose che avevo chie­sto ai pro­prie­ta­ri del lo­ca­le era in­fat­ti
quel­la di far la­vo­ra­re anche la mia ra­gaz­za, che venne così presa come cas­sie­ra, la­vo­ro che aveva già fatto sulla Ri­vie­ra ro­ma­gno­la.
Ti con­tat­ta­ro­no di­ret­ta­men­te i pro­prie­ta­ri quin­di? Si, mi dis­se­ro che avreb­be­ro aper­to un lo­ca­le con de­ter­mi­na­te ca­rat­te­ri­sti­che e l’i­dea mi prese fin da su­bi­to
Come andò la se­ra­ta d’a­per­tu­ra? A dir la ve­ri­tà non fu una sola se­ra­ta d’a­per­tu­ra, ma fu­ro­no quat­tro. Nel senso che la prima sera, che era un gio­ve­dì, ar­ri­va­ro­no più di tre­mi­la per­so­ne e il lo­ca­le non po­te­va ospi­tar­ne più di set­te­cen­to, ot­to­cen­to. Così fu de­ci­so di fare delle se­ra­te di aper­tu­ra anche nei gior­ni suc­ces­si­vi. E fu un pie­no­ne anche il ve­ner­dì, il sa­ba­to e la do­me­ni­ca.
Un bel suc­ces­so sin da su­bi­to quin­di. Si, ave­va­mo fatto una pub­bli­ci­tà un po’ sel­vag­gia. Ma­ni­fe­sti at­tac­ca­ti un po’ ovun­que in giro per la zona. Mai però ci sa­rem­mo aspet­ta­ti un suc­ces­so del ge­ne­re.

Tu come la vi­ve­sti, quel­la se­ra­ta d’i­ni­zio? Ri­cor­do che ero molto teso, ma que­sto mi ca­pi­ta­va e mi ca­pi­ta an­co­ra oggi molto spes­so.C’è sem­pre un po’ di ten­sio­ne quan­do si va in un nuovo a suo­na­re, per­ché c’è
sem­pre un’a­spet­ta­ti­va da parte della gente e que­sto mi piace mol­tis­si­mo. In quel caso però, si co­min­cia­va anche una nuova av­ven­tu­ra in un lo­ca­le ap­pe­na aper­to e in una zona dove mi ero
ap­pe­na tra­sfe­ri­to. Ero un po’ pre­oc­cu­pa­to, per­ché ci pos­so­no es­se­re sem­pre ca­si­ni, ma tutto filò li­scio e fu una se­ra­ta fan­ta­sti­ca.
Avevi una con­sol­le del tutto par­ti­co­la­re al­l’in­ter­no del lo­ca­le. Si, la po­sta­zio­ne si tro­va­va den­tro un enor­me casco. L’u­ni­co pro­ble­ma era che tro­van­do­si sullo stes­so piano della pista da ballo a volte suc­ce­de­va che qual­cu­no si ap­pog­gia­va al banco fa­cen­do­mi sal­ta­re i di­schi. La cosa ov­via­men­te mi fa­ce­va in­caz­za­re non poco, ma poi anche que­sto pro­ble­ma fu ri­sol­to.

Per ap­pro­fon­di­re non c’è di me­glio del libro cu­ra­to per­so­nal­men­te da Da­nie­le Bal­del­li “Co­smic Sound. The Ori­gi­nal Co­smic Dee-Jay” usci­to per i tipi di Me­dia­ne nel 2007. Edi­zio­ne ita­lia­na e in­gle­se con due Cd audio. Il primo una se­le­zio­ne di pezzi clas­si­ci di quel suono, il se­con­do un mix dello stes­so Dj.
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