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Italo Disco 80's Story

il Dom 20 Gen 2008 - 21:00
Siamo alla fine degli anni ’70, in tutto il mondo sta spopolando la cosiddetta "disco music" (Village People, Boney M, Donna Summer ecc.), che riempie le discoteche e fa ballare i giovani.

In Italia appaiono i primi sporadici tentativi di imitazione di questo sound, ad opera di dj e produttori che danno vita a brani "nostrani" cantati in inglese, con le medesime sonorità della musica che al momento sta andando per la maggiore.

Tra questi, i fratelli La Bionda, con "One for you, one for me", che nell’estate del 1978 raggiunge un considerevole successo internazionale;
Claudio Simonetti e Giancarlo Meo, produttori degli Easy Going, Vivien Vee, Kasso e Capricorn;
Celso Valli con gli Azoto (quelli di "San Salvador", ricampionata nel 2004 in un famoso pezzo house), e il grande Mauro Malavasi.

Il filone della "disco italiana" prosegue, fino a che, nei primi anni ’80, un pò in tutto il mondo il sound affermatosi inizia a decadere e diventare obsoleto:
ormai nelle discoteche si balla un altro tipo di musica, che, pur mantenendo un filo diretto con il genere che lo precede, è realizzate con strumenti elettronici, sintetizzatori, filtri ed effetti che danno all’ascoltatore la sensazione di trovarsi nel futuro.

A farsi portatori di questa nuova corrente sono Patrick Cowley, Bobby Orlando, ispiratisi a loro volta a Giorgio Moroder.

In Italia il tentativo di emulazione continua, allacciandosi a questo nuovo filone.

Ecco così nascere, intorno al 1982, le prime produzioni come Gary Low ("You are a danger"), Gazebo ("Masterpiece"), che continuano a sborsare brani rigorosamente in inglese, facendo un sapiente uso di sintetizzatori, anche se il suono "funky" e "disco" tipico degli anni ‘70 continua a farsi sentire, sintomo che l’Italia, musicalmente e commercialmente parlando, è ancora indubbiamente un passo indietro rispetto alla scena internazionale.

Bisognerà attendere il 1983 per la nascita "ufficiale" della Italo Disco:
infatti l’editore tedesco Bernhard Mikulski pubblicherà una raccolta in doppio LP intitolata "Best of Italo Disco", coniando di fatto questa espressione che diverrà famosa in tutto il mondo, e che diverrà sinonimo di musica dance realizzata in Italia.

Da questo momento in poi, la Italo Disco compirà un ulteriore passo evolutivo, stabilizzandosi e standardizzandosi secondo queste caratteristiche:


  • Un ritmo binario, suonato a velocità moderata, nel quale il "levare" (rappresentato con un "clap") è più accentato del "battere" (che suona come un "boom").
  • Una rigorosissima struttura 4/4, nella quale, in ogni quarto, abbiamo il medesimo ostinato di bassi declinato su una nota diversa, per poi ripetersi da capo.
  • Esistono al massimo 4 o 5 varianti di "giri" di accordi diversi.
  • Un ostinato melodico che si ripete assolutamente invariato per ognuno dei quarti, indipendentemente dal "gradino" che i bassi stanno seguendo in quel momento
  • Una linea melodica seguita dalla voce, spesso filtrata elettronicamente, che spazia sul pentagramma seguendo il gioco dei bassi, e che si comporta esattamente come fosse uno strumento.


Il testo, in inglese, è una semplice formalità:
il più delle volte spensierato, tratta di amori, tenendo il modello americano come punto di riferimento,oppure semplicemente inneggia alla vita notturna, alla tecnologia, con numerosi esotismi verso gli Stati Uniti e talvolta il Giappone.

Altre volte, analizzandolo sintatticamente, si resta alquanto basiti sul suo non-sense,un esempio su tutti: "Diamond" dei Via Verdi.

Dal 1983 la Italo Disco diventa un fenomeno non solo italiano, ma internazionale (soprattutto nei paesi non-anglofoni come Germania, Francia, Spagna, Olanda, Polonia, Giappone), vendendo ovunque milioni di dischi, piazzandosi in testa alle classifiche, dando vita anche a… tentativi stranieri di imitazione! 

In Germania infatti abbiamo artisti come i Modern Talking o Fancy che danno vita a brani dance in inglese, nella miglior tradizione italiana, che sono comunque distinguibili nelle sonorità, molto più legate al folk teutonico o cantanti spagnoli come le New Baccara, caratterizzati da un sound molto vicino a quello tedesco.

Ad ogni modo, l’artista riconosciuto come più significativo del movimento Italo Disco è senza dubbio Den Harrow, che rappresenta un insolito ed interessante tentativo di creare in laboratorio il prototipo del cantante perfetto.

Alla produzione c’erano i dj milanesi Turatti e Chieregato, autori anche dei testi.

Ad esibirsi nei concerti e nei video era il biondo modello Stefano Zandri,mentre a prestargli la voce si sono alternati diversi cantanti, dei quali il più bravo e famoso è stato lo statunitense Tom Hooker.

Un’altra figura di spicco della Italo Disco è Mauro Farina, il Giuseppe Verdi degli anni ’80, autore di più di 5000 canzoni, proposte per diversi cantanti o cantate direttamente da lui sotto pseudonimi diversi, tra cui i Radiorama, nei quali faceva coppia con Simona Zanini.

Non si può dimenticare l’incredibile successo che le sue sonorità riscossero in Giappone, tanto da poterle ancora oggi riscontrare nelle sigle televisive, nella musica leggera, e nelle colonne sonore di tutti i videogiochi provenienti dal Sol Levante.

Senza dimenticare un altro musicista italiano che sfornò soltanto hit tra Italia e Giappone: Domenico Ricchini, conosciuto anche con l’arguto nickname di Joe Yellow.

In quegli anni continuano a nascere nuove etichette, nuove produzioni dai nomi sempre più improbabili ed esotici, gli artisti Italo Disco appaiono un pò ovunque: radio, giornali, televisione, con esibizioni live e video musicali dal gusto decisamente kitsch, a testimonianza del particolare momento culturali in cui sono usciti.

Oggi la stampa e l’intellettualità cosidette di sinistra condannano fermamente la Italo Disco, dipingendola come musica dell’oppressore americano, scritta proprio nell’idioma del colonizzatore, cancellando ogni briciola di cultura italiana, e mantenendo lo stesso ruolo delle canzonette spensierate del periodo fascista, con in più l’intento consumistico e globalizzatore.

Tutto ciò è innegabile, considerando gli anni ’80 forse il momento in cui l’Italia (e non solo) si è sentita più vicina, anche culturalmente, agli Stati Uniti, in un’effettiva divisione del mondo in due distinti blocchi politici,ma la musica Italo Disco costituisce indubbiamente un repertorio, un elemento di studio dell’epoca nella quale è stata creata, dalla quale si possono ricavare molte informazioni sugli anni ’80 del 1900, analizzando come gli italiani siano stati per l’ultima volta, anche se mediante gli Stati Uniti, al centro culturale del mondo.

La corrente della Italo Disco continua a imperversare fino al 1988-1989, fino a che nelle discoteche iniziano a fare capolino i primi brani house, dalle sonorità ossessivamente ripetitive, ma distanti anni luce dagli spensierati motivetti melodici che, a dire la verità, avevano iniziato a stufare il pubblico dei locali notturni.

Così, la Italo Disco si congeda agli italiani, ma, stranamente, rimane in vetta nelle classifiche estere!

Si assiste così ad un curioso controsenso: i produttori italiani continuano a realizzare musica "export-only", che non vedrà mai la luce nel Bel Paese, ma sarà ballata in tutti i club dell’Europa dell’est, della Scandinavia e del Giappone, dove la Italo Disco tutt’ora permane, in una sua naturale evoluzione chiamata hi-nrg.

Lo schema melodico rimane immutato, ma vengono nettamente alzati i "bpm" (battiti per minuto) di ogni brano, aumentandone così la velocità in maniera vorticosa.

Mauro Farina, che tutt’ora produce per il mercato estero, afferma come la richiesta di una maggiore frenesia ritmica provenga in maniera particolare dal Giappone, dove la musica "made in Italy" continua ad occupare le prime posizioni delle classifiche.

Senza contare come i miti della Italo Disco siano ancora idolatrati in tutta Europa, e vivano facendo tournee tra l’Olanda, la Polonia, la Russia e il Sol Levante, riscuotendo successi inimmaginati.

In Italia, invece, la Italo Disco è stata dimenticata in fretta, e la hi-nrg non ha mai preso piede.

Al suo posto si è instaurata la musica house, che a partire dal 1993-1994 è stata affiancata dalla nuova dance commerciale, spensierata e melodica, anche se dal ritmo martellante e aggressivo, che qualcuno definirà, forse a ragione, l’attuale erede della Italo Disco.

E’ irritante assistere impotenti alla vera e propria "damnatio memoriae" che ha investito nel nostro paese l’intero filone della Italo Disco.

Gli LP sono introvabili nei negozi, e non sono mai stati ristampati in CD.

L’unico modo di ascoltare questa musica è sperare che qualche appassionato conservi ancora i rari vinili dall’epoca o che ne possieda una su preziosissima copia.

Raf - Self Control
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Questo è il primissimo passo di Raf nell’universo musicale che ora lo vede come uno dei più grandi interpreti della canzone italiana.

Lui come tanti altri (Ivana Spagna, Sabrina Salerno) hanno avuto il battesimo artistico nella Italo Disco, e in questo caso Raf ha avuto la fortuna maggiore, in quanto questo brano è diventato un tormentone in tutto il mondo (in Germania il cantante è stato ribattezzato Raff con due "f" per non essere associato al cruento movimento delle Brigate Rosse tedesche).

Nei paesi anglofoni la canzone è stata cantata e reinterpretata con successo da Laura Branigan, per via della pronuncia inglese non perfetta, che avrebbe potuto far storgere il naso agli ascoltatori.

La extended version del brano di Raf include un orecchiabile motivetto rap.

Jennifer Munday - Invisible

Curioso esempio di brano italiano ispirato alla dance tedesca… che a sua volta deriva dalla Italo Disco nostrana!

Infatti, questa canzone è sostanzialmente un clone di "Maria Magdalena" di Sandra (prodotta da Michael Cretu), ma è interessante per via del marcatissimo ostinato melodico, che prosegue dall’inizio alla fine del brano, incarnando uno dei concetti base della Italo Disco.

J.D. Jaber - Don't wake me up

Classico esempio di canzone melodica e spensierata in chiaro stile Italo Disco.
Il brano è datato 1986, e a cantare c'è Bruno Bergonzi, a differenza del primo singolo di J.D. Jaber, "Don't stop lovin'" del 1983, prodotto dal team di Ivana Spagna, dove alla voce c'era invece Ottavio Baciocchi.

Brian Ice – Talking to the night
Altro brano melodicico e spensierato, risalente al 1985. Il pezzo rap ricorda molto la extended version di "Self control" di Raf.
Brian Ice è Francesco Rizzolo, ora fa l'attore di teatro.
Vorrei ricordare inoltre che BRIAN ICE ha di recente fatto un disco con un nostro iscritto e mio discografico di fiducia
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Il pezzo portante dell'album è Zumbae (ritornello ripreso dagli  Snap con Cult of Snap),lo potete sentire sul myspace di Alex,il disco è molto bello e se vi piace son sicuro ke ve ne regalerà una copia autografata (così eviterete a me di ripparlo tutto e mandarlo su un server :afro: ).

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Kano - Ikeya Seki
Il progetto "Kano" nasce nel 1980 dal tastierista Stefano Pulga e dal chitarrista Luciano Ninzatti, ed è originariamente pensato come alias per brani strumentali, che mixano le sonorità della disco-music anni ’70 con il nuovo sound elettronico del decennio che si apprestava ad avere inizio (tra tutte, da ricordare "I'm ready").

Successivamente i due musicisti affidarono la parte cantata dei loro brani ("Another life" e "Queen of witches" su tutti) alla voce black di Glenn White, tanto che lo stesso interprete verrà spesso identificato, durante le esibizioni televisive, con il nome del progetto musicale!

"Ikeya Seki" è un pezzo interamente strumentale, datato 1983; una evocativa suite che fa leva sull’esotismo nipponico ricorrente nella Italo Disco, e che in futuro verrà ripresa da Gigi D’Agostino, per dare vita ad un nuovo pezzo.

Radiorama - Aliens
Il pezzo, del 1987, è il più famoso firmato dai Radiorama, duo prodotto da Mauro Farina e Giuliano Crivellente, e cantato dallo stesso Farina e da Simona Zanini.

Il singolo di "Aliens" ha venduto 500.000 copie in tutto il mondo, arrivando ai primi posti delle classifiche di Germania, Svizzera e paesi scandinavi.


La vita non si misura dai respiri che facciamo ma dai momenti che ci tolgono il respiro

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